“Supersantos” è il secondo album del cantautore romano: ottimi spunti ma non convince fino in fondo.
Quando sentii per la prima volta “Il bar della rabbia”, primo album di Alessandro Mannarino datato 2009, ebbi la sensazione che un vuoto si era colmato: a Roma mancava da tempo, ormai, un cantautore originale e al contempo attento alle sue strade, a quei personaggi miserabili e surreali, a quel groviglio di suoni e odori che rende unica questa città. L’album era rabbioso e impulsivo quanto basta. Mannarino era il menestrello con la chitarra che cantava le storie del Tevere Grand Hotel, col piglio surreale giusto a evidenziare tutte le sfumature delle sue pur semplici musiche.